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Convivenza intollerabile? Niente addebito per abbandono del tetto coniugale

La separazione non è addebitabile alla moglie se l'abbandono della casa familiare si verifica in un momento in cui l'intollerabilità della prosecuzione della convivenza si era già verificata.

Lo ha statuito la Corte di Cassazione, sez. VI Civ., con l'ordinanza n.12241 del 23 giugno 2020, confermando una sentenza della Corte d'Appello di Roma che era conforme ai principi di diritto più volte enunciati dagli Ermellini: «l'abbandono della casa familiare, di per sè costituisce violazione di un obbligo matrimoniale, non essendo decisiva la prova della asserita esistenza di una relazione extraconiugale in costanza di matrimonio. Ne consegue che il volontario abbandono del domicilio coniugale è causa di per sè sufficiente di addebito della separazione, in quanto porta all'impossibilità della convivenza, salvo che si provi - e l'onere incombe a chi ha posto in essere l'abbandono - che esso è stato determinato dal comportamento dell'altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l'intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata, ed in conseguenza di tale fatto»; (Cass.12373/2005; Cass. 17056/2007 conf.Cass.10719/2013; Cass.25663/2014).

La Corte d'appello, nel caso di due coniugi dal cui matrimonio non erano nati figli, aveva rigettato la richiesta di addebito, rilevando come fosse emerso già in primo grado che tra i coniugi, nella breve esperienza matrimoniale (essendosi essi separati di fatto sin dal 2004-2005), una mancata costruzione, da parte di entrambi, di un «rapporto fatto di affezione, progettualità di coppia e condivisione», cosicché la causa del fallimento della convivenza non era imputabile ala sola sola moglie.