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Referendum per la riforma costituzionale: un tentativo imperfetto

Nei prossimi giorni saremo chiamati a confermare o respingere l’ennesimo tentativo di revisione costituzionale assunto dal Parlamento Italiano.

In questa tornata il riordino riguarderà: a) la riduzione del numero dei deputati da 630 a 400 (art. 56/2) e dei senatori da 315 a 200 (art. 57/2); b) l’esatta numerazione dei senatori a vita (cinque) nominabili dal Capo dello Stato (art. 59).

Un testo breve, di appena 4 articoli,  che lascia integro il sistema bicamerale perfetto, non interviene sul meccanismo di elezione del Senato, avente base regionale e non nazionale come accade per la Camera, non interviene sul numero dei delegati regionali che, ai sensi dell’art. l’art. 83, concorrono all’elezione del Presidente della Repubblica.
La procedura di revisione costituzionale è meccanismo assai delicato, poiché impatta sull’atto fondativo del sistema istituzionale, sugli equilibri di potere che gli sono correlati, nonché sulla natura tendenzialmente rigida della Costituzione Italiana.

In ragione di ciò, essa è chiamata ad operare con estrema prudenza ed a perseguire obiettivi di piena coerenza ed autosufficienza, capaci per un verso di non scuotere le simmetrie di sistema, per altro verso di sopravvivere, anche nell’eventualità che altre riforme, pure programmate, non abbiano luce. In altri termini, occorre un profondo spirito costituente, non dissimile da quello che accompagnò i Padri fondatori nell’immediato dopoguerra.

Ebbene, tale spirito non pare aver guidato il testo in esame, focalizzato su fattori di secondo livello, piuttosto che sull’obiettivo di rendere più efficiente ed in equilibrio il sistema di potere. Ed invero, il tema del numero dei parlamentari, dei costi che ne sono conseguenza, nonché del tasso di rappresentatività dei singoli candidati, pur interessante sul piano politico, non definisce un obiettivo costituzionalmente divisivo. Di più, con riferimento al Senato, esso rischia di procurare serie difficoltà operative, considerata la complessità delle funzioni, difficilmente esperibili con l’ausilio di 200 membri in luogo degli attuali 315.

Si ricorda che, al netto delle attività d’aula, operano in Senato ben 14 Commissioni Permanenti, varie Commissioni speciali e straordinarie, Giunte nei vari comparti (Regolamento, elezioni, immunità parlamentari, etc..), Commissioni di inchiesta, Organismi interni di garanzia, l’Ufficio di Presidenza. Tutti a rischio di depotenziamento, anche quanto ai diritti di partecipazione delle minoranze, la cui tutela è compito primario in democrazia. Senza dire degli impatti sull’elezione del Capo dello Stato, vista la maggiore incidenza della rappresentanza regionale (57 delegati), rimasta immutata, sul minor totale del nuovo Parlamento (600, in luogo di 945). In termini percentuali si passerebbe dall’attuale 6,03% al 9.5%, numeri capaci di mutare significativamente il senso della legittimazione Presidenziale.
In realtà, più utile sarebbe stato allineare la composizione del Senato a quella della Camera, quale conseguenza di un bicameralismo paritario che la riforma non ha inteso alterare. Ne fa implicita confessione lo stesso legislatore che, con separati percorsi,  sta sviluppando ulteriori procedure di revisione costituzionale intese: a) ad omologare gli elettorati attivi e passivi del Senato, prendendo a riferimento le età prescritte per la Camera dei deputati (18 e 25 anni); b) ad omologare, con la revisione degli articoli 57 e 83, la base elettorale per l’elezione del Senato, che da regionale diverrebbe nazionale, come per la Camera; c) a ridurre i delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica, da tre a due per regione, proporzionale conseguenza della riduzione delle rappresentanze parlamentari. Ebbene, detti processi di revisione, in quanto omogenei, connessi e teleologicamente orientati, andavano adottati in unico contesto, a consentire un intervento sistemico, armonico e non frazionario.
Quanto alle obiezioni di chi si oppone alla riforma, non paiono convincenti quelle che paventano la compromissione della rappresentanza parlamentare sui territori, soprattutto in quelli più piccoli. Il rapporto percentuale tra numero degli eletti e dimensione demografica non risponde a criteri assiomatici. Esso si lega, piuttosto, a fattori di ragionevolezza e responsabilità, tenuto conto  che ogni parlamentare non rappresenta un territorio, né i suoi elettori, ma, come prescrive l’art. 67, “…la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Trattasi, dunque, di un criterio mobile, correlato alle contingenze storiche e/o identitarie, come dimostrano le realtà degli altri Paesi in cui, a fronte dei 945 parlamentari elettivi Italiani, ne registrano 709 in Germania, 650 in Inghilterra, 577 in Francia. Semmai, il tema è interessante per le inevitabili ricadute sul processo di selezione dei candidati, che dovrebbe risultare più severo e generare, presso l’eletto, maggiore responsabilità. Trattasi tuttavia di elemento che non ha specificità costituzionale, potendo lo stesso essere ben perseguito con legislazione ordinaria (legge elettorale, norme sull’incandidabilità e\o ineleggibilità).

In definitiva, se la riforma costituzionale del 2016 era apparsa ipertrofica, nel senso che aveva provato a modificare circa la metà della Costituzione affidandosi ad un unico quesito referendario, quella attuale pare afflitta da minimalismo, nel senso che interviene su una frazione dell’intero, il numero di parlamentari, senza tuttavia riflettere sugli equilibri di sistema. E’ mancato, insomma, lo “spirito costituente”, come del resto era mancato, a sommesso giudizio, nel 2001, allorchè si volle sposare una deriva marcatamente regionalistica in assenza dei necessari presupposti e nel 2016, allorchè si provò a rifondare gli assetti Repubblicani con interventi decisi sulle Istituzioni ed il loro senso. Una riforma esangue, dunque, priva della necessaria visione costituzionale, in cui albeggiano alcuni elementi positivi, ma in cui, per l’ennesima volta, latita la tecnica revisionale ed il controllo delle conseguenze.


Domenico Sorace

Avvocato - Scrittore

Redazione

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