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Cassazione: la gelosia eccessiva lede la dignità umana ed è un'aggravante

La gelosia può integrare l'aggravante dei motivi abietti o futili, quando sia connotata non solo dall'abnormità dello stimolo possessivo verso la vittima o un terzo che appaia ad essa legata, ma anche nei casi in cui sia espressione di spirito punitivo, innescato da reazioni emotive aberranti a comportamenti della vittima percepiti dall'agente come atti di insubordinazione. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione, V sezione penale, con la sentenza 23075 del 29 luglio 2020.

Secondo gli Ermellini, infatti, “la centralità del principio di autodeterminazione delle persone, correlato al fondamentale valore della dignità umana, vale a giustificare la connotazione in termini di maggiore gravità delle condotte violente che trovino il loro movente nel senso di appartenenza nutrito dall'imputato nei confronti dell'individuo con il quale ha condiviso una relazione sentimentale”.

Con la sentenza in commento, la Suprema Corte ha confermato la condanna in appello di un uomo che dopo la fine della relazione con la persona offesa, la aveva aggredita causandole delle lesioni. Secondo la Corte territoriale tale comportamento era il frutto dello spirito punitivo nutrito nei confronti della donna, considerata come una propria appartenenza: la spinta ad agire, in definitiva, era priva di quella minima consistenza che la coscienza collettiva esige per operare un collegamento logicamente accettabile con l'azione commessa, talché essa appariva assolutamente sproporzionata all'entità del fatto. Per questo motivo la Corte d'appello di Roma aveva confermato la decisione di primo grado, con riguardo alla affermazione di responsabilità dell'uomo, in relazione al reato di cui agli artt. 582, 583, 577, cod. pen., con la circostanza aggravante di cui all'art. 61, n. 1, cod. pen..

L'imputato proponeva ricorso per cassazione, lamentando l'inosservanza o erronea applicazione dell'art. 61, n. 1, cod. pen., tenuto conto che, alla luce della giurisprudenza di legittimità, non può configurare motivo abietto o futile la gelosia, ancorché collegata ad un abnorme desiderio di vita comune.

I Giudici di piazza Cavour, come detto hanno rigettato il ricorso. “Questa Corte ha avuto modo di chiarire di recente – si legge nella sentenza - che la gelosia può integrare l'aggravante dei motivi abietti o futili, quando sia connotata non solo dall'abnormità dello stimolo possessivo verso la vittima o un terzo che appaia ad essa legata, ma anche nei casi in cui sia espressione di spirito punitivo, innescato da reazioni emotive aberranti a comportamenti della vittima percepiti dall'agente come atti di insubordinazione (Sez. 1, n. 49673 del 01/10/2019, P, Rv. 27808202; Sez. 5, n. 44319 del 21/05/2019, M, Rv. 27696201). Proprio quest'ultima decisione, superando sfumature linguistiche che hanno accompagnato in passato, nella giurisprudenza di questa Corte, un non esplicito superamento di posizioni ormai lontane dalla coscienza collettiva, sottolinea espressamente - e in termini condivisi dal Collegio - la centralità del principio di autodeterminazione delle persone, correlato al fondamentale valore della dignità umana, che vale a giustificare la connotazione in termini di maggiore gravità delle condotte violente che trovino il loro movente nel senso di appartenenza nutrito dall'imputato nei confronti dell'individuo con il quale ha condiviso una relazione sentimentale.”.

Redazione

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