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Cassazione: vizi occulti dell'auto usata? Si applica il Codice del consumo

Comprare un'auto, una moto o un elettrodomestico usati sarà capitato a tutti e spesso sarà anche successo di scoprire dopo qualche mese che sono difettosi. E sarà anche successo di non avere risposta dal venditore, il quale si ritiene libero da ogni responsabilità e si rifiuta di riparare i bene o sostituirlo.

In realtà, non è così. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, II sezione civile, n. 13148 del 30 giugno 2020, statuendo che in tema di vendita di beni di consumo, si applica innanzitutto la disciplina del Codice del consumo (art. 128 e segg.), potendosi applicare la disciplina del codice civile in materia di compravendita solo per quanto non previsto dalla normativa speciale, attesa la chiara preferenza del legislatore per la normativa speciale ed il conseguente ruolo "sussidiario" assegnato alla disciplina codicistica. Pertanto, se il difetto si manifesta entro sei mesi e viene denunciato entro due mesi dalla sua scoperta, si potrà chiedere ragione al venditore. L'acquirente dovrà limitarsi ad allegare la sussistenza del vizio, gravando su chi ha venduto l’onere di dimostrare la conformità del bene.

Il Codice del consumo, spiegano i giudici di legittimità nella sentenza in esame, prevede una presunzione a favore del consumatore, inserita nell'art.132 terzo comma, a norma del quale si presume che i difetti di conformità, che si manifestino entro sei mesi dalla consegna del bene, siano sussistenti già a tale data, salvo che l'ipotesi in questione sia incompatibile con la natura del bene o con la natura del difetto di conformità. Si tratta di presunzione iuris tantum, superabile attraverso una prova contraria, finalizzata ad agevolare la posizione del consumatore: ne deriva che ove il difetto si manifesti entro tale termine, il consumatore gode di un'agevolazione probatoria, dovendo semplicemente allegare la sussistenza del vizio e gravando conseguentemente sulla controparte l'onere di provare la conformità del bene consegnato rispetto al contratto di vendita.

Superato il suddetto termine, trova nuovamente applicazione la disciplina generale posta in materia di onere della prova posta dall'art. 2697 c.c.: ciò implica che il consumatore che agisce in giudizio sia tenuto a fornire la prova che il difetto fosse presente ab origine nel bene, poiché il vizio ben potrebbe qualificarsi come sopravvenuto e dipendere conseguentemente da cause del tutto indipendenti dalla non conformità del prodotto.

La Suprema Corte sottolinea inoltre come l'art. 132 del Codice del consumo deve essere letto in combinato disposto con la direttiva europea n. 1999/44/CE sulle garanzie dei beni di consumo, di cui il Codice del consumo costituisce la legge di trasposizione in Italia. Detta direttiva indica il nucleo essenziale dei diritti del consumatore e, rimarcando il principio di gratuità, stabilisce che "Il venditore è responsabile, a norma dell'articolo 3, quando il difetto di conformità si manifesta entro il termine di due anni dalla consegna del bene. Se, a norma della legislazione nazionale, i diritti previsti all'articolo 3, paragrafo 2, sono soggetti a prescrizione, questa non può intervenire prima di due anni dalla data della consegna. Gli Stati membri possono prevedere che grava sul consumatore, per esercitare i suoi diritti, l'onere di denunciare al venditore il difetto di conformità entro il termine di due mesi dalla data in cui ha constatato siffatto difetto".

Grava, quindi, sul consumatore il solo onere di denunciare il difetto di conformità, che è da considerarsi assolto nel momento in cui egli comunichi tempestivamente al venditore l'esistenza del difetto, non occorrendo la prova di tale difetto, né che venga indicata la causa precisa di tale difetto. Infatti, risulterebbe troppo oneroso per il consumatore, in fase di presentazione della denuncia di non conformità del prodotto, assolvere l'onere probatorio mediante l'allegazione del vizio specifico da cui è affetto il prodotto, ciò che richiederebbe l'accesso a dati tecnici del prodotto nonché un'assistenza tecnica specializzata, che invece si trovano nella più agevole disponibilità del venditore ( e che a questi non sarebbe eccessivamente oneroso chiedere di apprestare in occasione della diagnosi della natura del difetto di conformità denunciato). A conferma di tali conclusioni, la Corte di Cassazione fa espresso riferimento alla sentenza della Corte di giustizia 4 giugno 2015, causa c-497/13 (nota come il caso Faber), in cui i giudici di Lussemburgo ricordano: "come emerge dalla formulazione dell'articolo 5, paragrafo 2, della direttiva 1999/44, letto in combinato disposto, e dalla finalità perseguita da tale disposizione, l'onere fatto gravare in tal modo sul consumatore non può spingersi oltre quello consistente nel denunciare al venditore l'esistenza di un difetto di conformità. Quanto al contenuto di tale informazione, in questa fase non si può esigere che il consumatore produca la prova che effettivamente un difetto di conformità colpisce il bene che ha acquistato. Tenuto conto dell'inferiorità in cui egli versa rispetto al venditore per quanto riguarda le informazioni sulle qualità di tale bene e sullo stato in cui esso è stato venduto, il consumatore non può neppure essere obbligato ad indicare la causa precisa di detto difetto di conformità. Per contro, affinché l'informazione possa essere utile per il venditore, essa dovrebbe contenere una serie di indicazioni, il cui grado di precisione varierà inevitabilmente in funzione delle circostanze specifiche di ciascun caso di specie, vertenti sulla natura del bene in oggetto, sul tenore del corrispondente contratto di vendita e sulle concrete manifestazioni del difetto di conformità lamentato".

IL FATTO. La sentenza in esame fa riferimento al caso di compravendita di un'autovettura usata aveva diversi problemi, regolarmente denunciati e non riparati. Per questa ragione l'acquirente aveva chiesto il risarcimento dei danni, pari alle spese di noleggio di un’auto sostitutiva, a quelle di ripristino del mezzo e a un’ulteriore somma per il disagio subito. La società venditrice si opponeva sostenendo che il veicolo funzionava perfettamente al momento della consegna, e che quindi era stato l'acquirente a causare il danno per cattiva manutenzione e per uso improprio del veicolo.

Il Tribunale e la Corte di appello, avevano dato ragione alla società e avevano stabilito che i difetti si erano manifestati dopo tre mesi e che l'auto era stata regolarmente controllata prima della vendita. Il compratore presentava ricorso in Cassazione, basandolo proprio sull'erronea applicazione della disciplina del contratto di vendita al posto di quella del Codice di consumo. La Cassazione osservava che le i giudici di primo grado e del gravame, avevano erroneamente applicato le norme civilistiche in materia di vendita e non la disciplina relativa ai contratti di consumo, pur risultando dalla sentenza impugnata che l'autovettura era stata alienata da un operatore commerciale, una concessionaria di rivendita di autovetture usate, ad una persona fisica, che l'aveva acquistata per ragioni personali. Era, quindi applicabile il codice del consumo, con particolare riferimento al regime probatorio agevolato in favore del consumatore, in quanto i vizi si manifestarono entro i sei mesi dalla consegna. Risulta, infatti, dalla sentenza impugnata che l'autovettura venne consegnata il 7.3.2006 e la prima segnalazione avvenne nel giugno 2006. In tal caso, la corte di merito avrebbe dovuto accertare se il vizio fosse stato denunciato entro due mesi dalla scoperta del vizio e, trattandosi di vizio che si era manifestato entro sei mesi dalla consegna, applicare la presunzione di responsabilità a carico del venditore, a meno che tale ipotesi fosse incompatibile con la natura del bene o con la natura del difetto di conformità.

Michele La Rocca - Avvocato

Redazione

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