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Coronavirus, decreti fiume: troppe parole e poca chiarezza ai limiti della costituzionalità

Diceva Francesco Bacone che “per la legge è di grande importanza essere chiara poiché questo è il presupposto perché non sia ingiusta”, gli faceva eco Lord Halifax: “se le leggi potessero parlare per prima cosa si lamenterebbero dei giuristi”; ed anche il nostro Cesare Beccaria affermava che: “La Legge deve essere semplice e chiara nonché il più possibile stabile”.

La legge non è solo un atto ordinante ma un atto di comunicazione. Un atto nel quale occorre consapevolezza del peso delle parole significa riservare attenzione e rispetto per il destinatario di esse: il cittadino. La buona scrittura delle leggi trova fondamento ed al tempo stesso costituisce veicolo di attuazione del principio di certezza del diritto e della certezza dei diritti. In dottrina alcuni autori hanno ricercato un fondamento costituzionale al valore della buona scrittura delle leggi, anche al di fuori dell’ambito penale. Michele Ainis (in “La legge oscura: come e perché non funziona”, 2002) ritiene siano da considerarsi costituzionalmente illegittime le disposizioni «oscure», quelle cioè rispetto alle quali non è possibile «argomentare l’estrazione di una norma vincolante», per violazione, tra l’altro, degli articoli 13 e 15 (in ambito penale), 73 (disciplinante l’istituto della pubblicazione e contenente quindi il principio della doverosa conoscenza del diritto ai suoi destinatari), 54 (disciplinante il dovere dei cittadini di osservare le leggi, cosa che secondo l’autore sarebbe impossibile ove le leggi siano incomprensibili).

Perché, allora, oggi è così difficile trovare una legge chiara?

Un esempio di chiarezza e di linguaggio alla portata di tutti è la nostra Costituzione, scritta tra il 1946 e il 1947, da personaggi del calibro di Dossetti, Mortati, La Pira, Iotti, Togliatti, Calamandrei, Moro. Nonostante ciò l'Assemblea Costituente decise di far controllare il testo finale ad alcuni eminenti scrittori e letterati al fine di verificarne la correttezza linguistica e la semplicità.

Adolf Merkl sosteneva che la lingua «non è affatto una vietata porticina di servizio attraverso la quale il diritto s’introduce di soppiatto. Essa è piuttosto il grande portale attraverso il quale tutto il diritto entra nella coscienza degli uomini». In definitiva è proprio attraverso la buona scrittura delle leggi che il legislatore può perseguire effettivamente ed efficacemente l’obiettivo politico che si prefigge. Con questo spirito fu scritto il nostro codice civile del 1942, a cui concorsero soggetti che erano al tempo stesso giuristi, sociologi, filosofi dotati per di più dell’irrinunciabile requisito di conoscere perfettamente la lingua italiana. Un codice talora icastico – come i comandamenti – chiaro e comprensibile, fino a che la giurisprudenza non ha iniziato a minarlo nelle fondamenta.

Questo mi riporta alla mente una barzelletta su Mosè che, ricevute da Dio le tavole dei Comandamenti, scende dal monte e le presenta al suo popolo suscitando consensi finché si tratta dell’onorare il padre e la madre e del ricordarsi di santificare le feste. I problemi e i mugugni iniziano quando passa ad enunciare i precetti di “non rubare”, “non desiderare la cosa d’altri”, “non desiderare la donna d’altri”. A questi punti Mosè si deve sorbire le rimostranze del suo popolo: “Ma come si fa a non rubare, siamo mercanti. Come si fa a non desiderare se quello che è nell’oasi ha le pecore grasse e io nel deserto le ho avvizzite e se si vede una bella donna raramente nel deserto?”. Rimostranze a cui Mosè replica così: “Tranquilli. Questa è la legge. Poi viene la giurisprudenza”. Proprio così: la giurisprudenza. Quella che, al suono di continui distinguo alimentati uno dall’altro come per una reazione a catena, riesce a evincere da norme lineari quello che probabilmente l’uomo della strada, e spesso anche il giurista, sulla scorta di una logica accessibile, si sarebbe aspettato contenessero. Se questo accade con una legge chiara, immaginatevi cosa succede con una legge scritta male e molto cavillosa di per sé stessa.

Ed arriviamo al punto della decretazione di questi giorni in tema di coronavirus. Un vero e proprio caos normativo che rende difficile ai cittadini, spesse volte, di comprendere quali siano i divieti e gli obblighi da osservare. Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera del 27 marzo osserva che siamo di fronte ad una “babele dei documenti per fronteggiare il virus”, in cui ci si perde nel continuo richiamo ad altre leggi. E si prende anche la briga di contare le parole del «Testo coordinato delle ordinanze di protezione civile»: 123.103 parole, tredici volte più di quelle dell’intera Costituzione italiana del 1947, che ne conta 9369.“. Un delirio! che fa domandare a Stella se la nostra burocrazia conosce Ludovico Muratori nel libro Dei difetti della giurisprudenza, il quale scriveva nel 1742: «Quanto più di parole talvolta si adopera in distendere una legge, tanto più scura essa può divenire».

Tutto ai giorni nostri è poco chiaro e spesso contraddittorio, come l'accavallarsi di DPCM, che bell'acronimo, DL e Ordinanze regionali e comunali. Alcuni esempi di delirio nelle norme di questi tempi? “L'incipit dei decreti: 12 «visto» e «vista», 2 «considerato» e «considerati», 1 «ritenuto», 1 «tenuto conto», 1 «su proposta e due 2 «sentiti» per un totale di 19 premesse – sottolinea Stella - O dei grovigli: «Per l’anno 2020, i termini del 16 marzo di cui all’articolo 4, commi 6-quater e 6-quinquies del decreto…». Fino alle leccornie: «Le banche popolari, e le banche di credito cooperativo, le società cooperative e le mutue assicuratrici, anche in deroga all’articolo 150-bis, comma 2-bis, del decreto legislativo 1° settembre 1993 n. 385, all’art. 135-duodecies del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 e all’articolo 2539, primo comma…». Ma cos’è, questo «art. 135-duodecies»? Come può un cittadino capire qualcosa (in questi giorni poi!) di parole come «duodecies» usate solo nei testi iperspecialistici e spiegate solo in libri antichi come il «Dizionario italiano, latino, illirico» di Ardelio Della Bella stampato a Venezia nel 1728?”.

Tutto chiaro? No? Non credo sia tanto difficile dire ai cittadini cosa possono fare o non fare con un linguaggio semplice ed in italiano corrente. Un linguaggio che manca anche nei vari modelli di autocertificazione che appaiono più dei geroglifici che dei modelli facilmente intuibili da tutti.

Ben il 74% delle parole usate nella Costituzione e capite da tutti gli italiani, appartengono al vocabolario di base di italiano, solo 395 sono estranee. Allora possiamo chiedere ai «tecnici» che oggi confezionano le leggi di avere cura per prima cosa di essere compresi dai cittadini. Magari andandosi a leggere il saggio “La buona scrittura delle leggi” cura di Roberto Zaccaria, presidente pro tempore del Comitato per la legislazione della Camera dei deputati, datato 2011. Ne trarranno sicuro giovamento. Se lo sono fatti scrivere, almeno se lo ... leggessero.

(Michele La Rocca - Avvocato e Giornalista)

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